L’autoritratto in psicoterapia

 

Quando si parla di autoritratto in psicoterapia non ci si riferisce soltanto alla pratica concreta di chi si scatta una fotografia, ma più specificatamente al rapporto che ciascuno di noi ha con la propria immagine, alla relazione che intercorre tra immagine e identità. Nella creazione di un autoritratto la scelta (cosa si vuole mostrare? Come viene costruita l’immagine? Dove e quando eseguire lo scatto?) riflette il desiderio di rappresentare l’immagine che si ha nella propria mente, di mostrare la propria identità e i propri stati d’animo. A differenza di altre fotografie, la creazione di un autoritratto non è condizionata da nessun altra persona se non dal soggetto, che ha il pieno controllo su tutti gli aspetti della realizzazione dell’immagine. Questo rende gli autoritratti mezzi potenti di auto confronto (Weiser, 2013).

Grazie all’autoritratto è possibile esplorare chi siamo quando pensiamo che nessuno ci stia guardando, controllando e probabilmente giudicando, e – dal momento che tematiche inerenti l’autostima, la rappresentazione, la consapevolezza di sé e l’accettazione sono spesso alla base di un possibile disagio psicologico portato dai pazienti – vedere se stessi in modo naturale, senza limitazioni, aspettative e giudizi esterni, può risultare molto intenso e facilitare il processo di cambiamento terapeutico. La fotografia in psicoterapia, e l’autoritratto in questo caso specifico, rappresenta uno strumento complementare all’interno del percorso psicoterapeutico: le informazioni visive che riguardano il soggetto auto-ritratto rendono possibile un confronto emozionale diretto di tipo non verbale, capace di eludere i sistemi di controllo verbale conscio. Questo permette al paziente di esplorare le varie manifestazioni della propria identità, confrontarsi con la propria immagine esteriore e compararla con quella interiore che spesso è idealizzata. Gli autoritratti forniscono ai pazienti un mezzo per simbolizzare se stessi a se stessi e di guardare a sé da una prospettiva esterna. Gli autoritratti ci forniscono rappresentazioni esterne di simbolizzazioni interiori che possono essere tenute in mano, esaminate visivamente e usate per guardarsi da una prospettiva “altra”, come farebbe un estraneo (Weiser, 2013).

Come si usa la tecnica?

Ai fini terapeutici l’attenzione non è tanto rivolta al contenuto visivo e all’aspetto estetico/artistico dell’autoritratto, quanto piuttosto ai significati che emergono e che sono attribuiti dal soggetto che l’ha creato. Realizzare l’autoritratto rappresenta solo il primo step; il “lavorarci sopra”, attraverso il dialogo fotografico e terapeutico, è il secondo passo, che permette ai pazienti di individuare e integrare i vari aspetti di sé.

Altrettanto importante è il processo cognitivo ed emozionale che si attiva già a partire dalla  richiesta di realizzare un autoritratto: pianificare l’immagine, il contenuto e la realizzazione, sono i passaggi che inevitabilmente porteranno il paziente a “scontrarsi” e a riflettere su possibili conflitti interiori.

Quando s’introduce il lavoro sull’autoritratto ogni singolo compito sarà scelto in base all’obiettivo terapeutico e alla fase in cui ci si trova; gli autoritratti possono essere realizzati sia durante la seduta sia lontano dal setting, come compito terapeutico che deve essere pianificato e portato a termine autonomamente dal paziente.

Come accennato in precedenza, essendo uno strumento che permette un confronto diretto di tipo non verbale con se stessi – in grado di smuovere la rigidità del pensiero – potrebbe, anche in modo molto rapido, far emergere contenuti emozionali profondi. Per questa e per altre ragioni, l’esperienza con l’autoritratto in una fase iniziale deve essere percepita dal paziente come un compito poco diretto e/o minaccioso. Ad esempio, si può chiedere al paziente di scattarsi un autoritratto “generico” che mostri chi è di solito. Inoltre, per facilitare un processo di creatività liberatoria e funzionale all’obiettivo, è importante chiarire che non ci sono condizioni o aspettative oltre alla necessità che l’autoritratto sia una sua creazione propria e che non sia influenzata da altri.

Un altro modo per iniziare è quello di suggerire al paziente di esaminare una lista di possibili temi per realizzare gli autoritratti (lista creata di volta in volta in base allo specifico obiettivo terapeutico che si vuole raggiungere), e di scegliere il tema che lo “attrae di più”. È sorprendente come, anche solo nella scelta del possibile tema, possano emergere informazioni terapeuticamente rilevanti.

Come per le altre tecniche che utilizzano la fotografia in psicoterapia, anche le immagini realizzate mediante l’autoritratto possono essere combinate con altre tecniche espressive allo scopo di migliorarne il potenziale evocativo simbolico. L’autoritratto è da considerarsi uno strumento complementare al lavoro psicoterapeutico, utile per favorire il processo di consapevolezza e di integrazione dei vari aspetti di sé: individuale, sociale, familiare.

All’interno del “Corso di Perfezionamento per Psicoterapeuti, organizzato dall’Accademia delle Tecniche Psicologiche per l’anno 2018, quattro delle dodici giornate formative saranno dedicate all’utilizzo della fotografia in psicoterapia. Tra le varie tecniche presentate sarà sperimentata anche la tecnica dell’autoritratto.

Morena Petrongolo
Docente dell’Accademia delle Tecniche Psicologiche

 

 

 

Bibliografia di riferimento:
– Berman, L. (1997). La Fototerapia in psicologia clinica. Metodologia e applicazioni. Trento: Ericsson
– Ferrari, S. (2002). Lo specchio dell’io. Autoritratto e psicologia. Roma: Laterza
– Weiser, J. (2013). FotoTerapia. Metodologia e applicazioni cliniche. Milano: Franco Angeli